Dieci anni senza Carlo

30 marzo 2017

Sono trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Carlo Toccafondi. Atleta generoso e vincente prima, allenatore esigente e rigoroso dopo, è stato un uomo dal carattere forte e con una vivissima passione dentro. A volte brusco ma sempre incline alla goliardia, buffo e scanzonato, competitivo in ogni cosa, Carlo era il tipo di uomo e di sportivo che ci si aspetta di trovare alla Canottieri Comunali Firenze.

Tanti e prestigiosi i risultati che ha ottenuto nella sua carriera di canoista, cominciata all’età di diciassette anni e culminata con la medaglia di bronzo ai Campionati Mondiali assoluti nel 1989, svolti in America sul Savage River nel Maryland, sul C2 discesa a squadre. Anche la specialità che aveva scelto tra quelle della canoa, raccontava qualcosa di lui. Un amore, quello per i fiumi da scendere in mezzo a onde e massi, che Carlo ha portato forse al di là del consueto, preferendo la canadese e rimanendo fedele alla sua filosofia di dare il massimo, sempre e comunque.

“Cominciammo ad allenarci con il C2 sul fiume Noce a soli tre mesi dal Campionato Italiano – ricorda Massimo Mori. Il giorno della gara dissi a Carlo che non era il caso di tirare troppo perchè il fiume era difficile e perchè gli equipaggi più forti erano caduti in acqua. Carlo, ovviamente, non ne volle sapere di risparmiarsi e continuò a pagaiare fortissimo. Ad un certo punto prendemmo in pieno un masso, provocando uno squarcio di 80cm nella barca. Finimmo la gara con tanta acqua in barca, e secondi in classifica”.

In equipaggio con Vittorio Ottanelli, sulle barche costruite con Mori, Carlo ha raggiunto il massimo. Ma non è stato così dall’inizio.

“Nel 1980 mi iscrissi alla Comunali ed entrai subito nelle antipatie di Carlo – racconta con il sorriso negli occhi Ottanelli. In poco tempo riuscivo ad ottenere buoni risultati, oltretutto andavo bene sul C1 che è una barca difficile, ed era la sua barca. In breve tempo però diventammo amici e complici di un’intesa fortissima. Era il 1982 quando Carlo se ne uscì con la battuta Perchè non facciamo i Mondiali?: senza accorgercene  ci trovammo a casa del Mori a costruirci le barche. Con Mori costruttore e Marco Guazzini allenatore si creò un’intesa magica – prosegue Ottanelli – che ci ha permesso di vincere tanto e fare della nostra esperienza sui fiumi un’avventura indimenticabile. Una volta ritirati dalle competizioni, riuscimmo a trasferire questa passione ai ragazzini che avevamo iniziato ad allenare, dando vita ad un’infornata di atleti talentuosi che hanno vinto tanto in tutto il mondo”.

Tra questi ragazzini cresciuti pagaiando con Carlo Toccafondi c’era anche Niccolò Pandolfini. “Carlo ha lasciato il segno, ho ereditato tanto da lui a livello tecnico – spiega Pandolfini. Quando a mia volta sono diventato allenatore della squadra fluviale della Canottieri, l’ho preso a modello per le sue qualità tecniche, per le sue capacità. Come persone siamo molto diversi, lui era molto severo ed io invece no, ma lui riusciva comunque a mettere insieme alla sua professionalità e competenza anche un bel rapporto di amicizia con le persone con cui lavorava”.

La battuta, lo spirito caustico di Carlo erano l’evidenza di un carattere forse un po’ ruvido, sicuramente senza filtri, generoso e schietto. I ricordi degli amici della Canottieri sono una sequenza a volte irripetibile di scherzi e di battute, di voglia di vincere e di stare insieme. Io che non l’ho conosciuto, Carlo Toccafondi, ho la sensazione netta di essermi perso qualcosa di speciale. Le parole ispirate di Sandro Stoppioni, gli aneddoti cadenzati dalle fragorose risate di Antonio Bellacci, Paolo Gallori, Maurizio Severino, Marco Guazzini e Antonio Rogai, compensano almeno un po’, con affetto, questa mia mancanza.

Ricoverato in ospedale per telefono ha dato gli ultimi preziosi consigli al nipote Jacopo che stava per fare la sua prima gara di canoa fluviale, anche lui in canadese…e con il salvagente e il caschetto di Carlo.

Una volta Stefano Toccafondi mi ha confidato di aver sognato il fratello per lungo tempo. Ad ogni risveglio una risata, un sorriso per il fratello che definisce “un uomo buono, una tremenda faccia tosta”, a cui è accaduto di lasciarci a soli quarantotto anni, dopo una lunga malattia.

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